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Ecco come la MiFID II può salvare il risparmio

Con il 2018 entrerà in vigore la direttiva MiFID II (Markets in Financial Instruments Directive) che regola il mercato dei servizi finanziari. Probabilmente, se non sei un addetto ai lavori, questa sigla non ti dirà molto ma, per chi come noi si batte da anni per una maggior trasparenza nel mercato dei servizi finanziari e crediamo per tutti i riapsarmiatori, la novità legislativa rappresenta allo stesso tempo un motivo di celebrazione e una speranza.

Lo scopo principale della MiFID II è infatti quello di garantire maggiore trasparenza per i risparmiatori che si rivolgono a un professionista per la gestione dei propri risparmi. Se molti degli standard previsti dalla norma sono infatti la normalità nella maggior parte dei Paesi europei, lo stesso purtroppo non si può dire dell’Italia, dove le pratiche dell’industria del risparmio sono ancora viziate da meccanismi opachi e penalizzanti per i clienti e spesso marchiate da conflitti d’interesse.

L’importanza del tema è evidente, in gioco la ricchezza delle famiglie italiane, un patrimonio importantissimo – tra gli stock più elevati al mondo – che necessità di essere protetto nel modo corretto se si desidera preservare nel futuro, un esito non scontato, vista una cultura finanziaria non troppo diffusa nel nostro Paese.

La MiFID II pone in capo ai risparmiatori nuovi diritti e all’industria finanziaria nuovi obblighi. Crediamo sia importante darti la possibilità di capire cosa cambierà, anche per aiutarti a comprendere meglio il valore aggiunto della consulenza indipendente che noi e altri operatori (purtroppo una minoranza) offriamo. Le novità sono moltissime e le racconteremo in una ricerca che stiamo per pubblicare, di cui anticipiamo qui uno dei temi che consideriamo più rilevante per i risparmiatori.

Le principali novità della normativa MiFID II

Il cuore della normativa MiFID è la questione dei costi dell’investimento. Come noto, l’industria italiana è caratterizzata da numerose distorsioni e da un evidente conflitto d’interesse. La filiera di distribuzione dei prodotti finanziari è infatti fortemente legata a un’idea di vendita piuttosto che a un servizio di consulenza. Questo vuol dire che quando vengono offerti dei prodotti finanziari, in molti casi, non sono le necessità del cliente a prevalere bensì la convenienza che i collocatori hanno nel promuovere i prodotti della casa, che frutteranno consistenti retrocessioni ai gestori.

Il problema può sembrare molto teorico, ma non è così. Oltre al conflitto d’interesse, c’è infatti il conto salatissimo che le famiglie devono pagare per mantenere questa rete di vendita. Nel complesso la quota delle commissioni retrocesse, pari in media a 2/3 dei costi di gestione dei fondi, genera un indotto pari a circa il 2% del Pil nazionale.

Se in Italia le spese correnti – definite anche “ongoing fees” – sono di gran lunga superiori rispetto agli altri paesi europei, questo è dovuto proprio al peso delle commissioni di retrocessione. Più alta è la commissione di gestione associata al fondo, maggiore il peso della retrocessione destinata ai collocatori. Si tratta di un obolo che moltissimi italiani stanno pagando per mantenere un’industria che non ha voluto rinnovare il proprio modello di business e che, nel lungo termine, potrebbe comportare dei danni incalcolabili per lo stock di ricchezza delle famiglie. A causa delle commissioni di collocamento, negli ultimi 10 anni in Italia il rendimento medio dell’investimento in fondi è sceso dal 3,5% al 2% (come si può apprezzare dal grafico).

Uno studio effettuato dalla società di consulenza indipendente AdviseOnly ha indicato nella misura di 23 miliardi di euro annui il valore medio delle commissioni retrocesse. Secondo i dati di Banca Italia, l’Italia si conferma insieme a Spagna, Belgio e Francia, il domicilio con maggiore incremento dei costi rispetto alla media europea (con un costo medio del fondo pari all’1,42% contro una media europea dell’1,27%).

MiFID II: ritorno all trasparenza?

Tutto legittimo si dirà, ed effettivamente ognuno ha il diritto di fare pagare i propri servizi (finanziari e non) quanto ritiene opportuni. Il problema è che fino a oggi le case prodotto hanno costruito strutture commissionali estremamente complesse e articolate al punto di rendere ostica la comprensione delle varie voci di costo (leggi il nostro approfondimento sui fondi a scadenza o sulle commissioni di performance).

Adesso la MiFID II dovrebbe finalmente porre fine a questa pratica, vincolando case prodotto e distributori con obblighi più stringenti per quanto riguarda la comunicazione dei costi. Nello specifico sono previste le seguenti informative.

Informativa ex-ante: con una distinzione tra costi del servizio, costi associati al prodotto e commissioni di retrocessione.

Informativa una tantum: a discrezione e su richiesta specifica del cliente.

Informativa ex-post: con cadenza almeno annuale con il dettaglio dei costi sostenuti relativamente ai singoli prodotti e al portafoglio complessivo.

Con MiFID II la trasparenza dovrà essere totale e riguardare tutte le fasi dell’investimento. I costi dovranno essere espressi sia in termini assoluti che in termini percentuali e questo ti aiuterà enormemente a capire quanto effettivamente stai pagando per il servizio. Chi investe con Moneyfarm è già abituato a ricevere questo tipo di informazioni, ma purtroppo questi standard di trasparenza non sono la normalità. Ponendo quest’obbligo in capo all’industria la normativa spera si scatenare una concorrenza virtuosa sui prezzi e di smascherare le dinamiche di conflitto di interesse.

Perché questo proposito si realizzi è importante che i risparmiatori siano consapevoli e facciano la loro parte. Per questo, nei prossimi mesi, continueremo a informarti e a spiegarti tutte le novità che l’introduzione della MiFID comporterà: è un’occasione troppo ghiotta per essere sprecata e la posta in gioco è troppo alta.

L' articolo Ecco come la MiFID II può salvare il risparmio è tratto da MoneyFarm

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