Blog

Navigatori e balene. La finanza nel secolo digitale

Pubblichiamo una versione arricchita della Copertina con cui abbiamo aperto l’ultimo dibattito di Redazione Finanza in cui è stato nostro ospite Davide Casaleggio, Presidente di Casaleggio Associati.

L’idea che una compagnia potesse finanziarsi vendendo azioni a chiunque decidesse di investire, diventando quindi pubblica, è nata in Olanda, la sede della prima Borsa Valori della storia.

La prima compagnia pubblica fu la Dutch East India Company (Deic), un colosso del commercio mondiale che ottenne dalla Repubblica l’esclusiva per i commerci nella tratta tra Città Del Capo e Amsterdam. A partire dal 1603 la società cominciò un programma di emissione continua di azioni e bond. Grazie ai capitali raccolti la compagnia riuscì ad aumentare la propria penetrazione globale e a espandere volumi, settori e attività. Patrimonializzata come un regno, la Deic manteneva un esercito privato che ingaggiava battaglia con la flotta del Re d’Inghilterra, fondava città che oggi sono metropoli con milioni di abitanti ed esercitava sui territori coloniali un potere simile a quello di uno stato, inclusa l’amministrazione della giustizia.

La vicenda della Deic ci ricorda come il mercato dei capitali e la finanza possano essere un incredibile volano di crescita per chi riesce ad anticipare le tendenze economiche. Grazie alla finanza la Deic riuscì a diventare la prima vera azienda multinazionale, imponendo il suo modello innovativo in un dominio che durerà oltre un secolo. La Deic vanta infatti anche un altro record: al suo apice, durante la mania dei tulipani, la società arrivò a raggiungere l’impressionante capitalizzazione di 70 milioni di fiorini olandesi, che a prezzi attuali equivarrebbero a circa 7400 miliardi di dollari. Nessuna società nella storia ha raggiunto una cifra neanche vicina. L’Eni oggi ha una capitalizzazione di 60 mld di dollari, un ventesimo della Deic per intenderci.

Le capitalizzazioni borsistiche sono spesso la cartina di tornasole della storia economica e raccontano ascesa e declino dei comparti industriali, spesso anticipando le tendenze. Quando l’indice Dow Jones, che raccoglie le 30 più grandi società americane, fu creato nel 1896 includeva al suo interno le grandi aziende agricole e i grandi trust infrastrutturali (energia, rete elettrica, comunicazione) che con la loro innovazione stavano costruendo l’ossatura del secolo americano. All’inizio del secolo furono incluse le grandi acciaierie. Nel 1915 entra General Motors, nel 1924 la prima compagnia petrolifera (Standard Oil). Nel 1930 la prima compagnia aerea, alla fine degli anni ‘80 le banche.

Se guardiamo oggi l’evoluzione degli indici americani notiamo che esiste una tendenza molto chiara che sta premiando un settore particolare del mondo economico: quello tecnologico e digitale. Il fenomeno è di portata storica ed impressiona per la velocità con cui sta cambiando la vita delle persone.

In meno di 20 anni le cinque grandi aziende che compongono l’indice Faang (la cui presenza in borsa era irrilevante o addirittura inesistente prima del 2004) e Microsoft sono cresciute in modo esponenziale, impennandosi negli anni Dieci. La capitalizzazione di questi mega gruppi è oggi quantificabile in 3500 miliardi di euro, circa il doppio del Pil italiano. Questo vuol dire che servirebbe l’intero valore prodotto da ogni italiano in due anni di lavoro per ottenere il capitale necessario per acquistare queste società. Attraverso una performance negli anni sempre superiore all’indice di riferimento, questi sei giganti da soli oggi valgono il 16% della capitalizzazione dell’S&P 500.

 

 

Certo i giganti del tech hanno una capitalizzazione ancora ben lontana dai giganti mercantili. Alle prime tre posizioni delle compagnie più grandi di sempre ci sono, insieme alla Deic, la Mississippi Co. e la South Sea Co. che hanno fatto la propria fortuna commerciando schiavi. Stiamo parlando della preistoria, della fase pre-eroica del capitalismo, dove l’epopea diventa epica e la storia si confonde con la leggenda. Ma è davvero così?

“L’età delle vele”, dove navi piene di merci e schiavi salpavano gli oceani arricchendo gli stati Europei è durata circa 200 anni. Apple e Microsoft hanno già raggiunto una capitalizzazione nell’ordine di quella delle grandi aziende petrolifere, simbolo e motore dell’economia del Novecento. La prima neanche era rilevante in borsa poco più di 10 anni fa.

L’epoca di internet è appena iniziata, e nessuno può davvero prevedere quanto durerà. E così ora che le merci e le informazioni navigano in rete, all’investitore che naviga alla ricerca della balena bianca possiamo solo suggerire di pensare con lungimiranza e di scegliere una strategia veramente globale e all’avanguardia, oltre che di affidarsi alle tecnologie destinate a restare.

L' articolo Navigatori e balene. La finanza nel secolo digitale è tratto da MoneyFarm

Written by

The author didnt add any Information to his profile yet