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Prezzo del petrolio in calo, cosa farà la Federal Reserve?

Il prezzo del petrolio, in picchiata da inizio ottobre, è calato recentemente sotto la soglia dei 60 dollari al barile. Le ragioni sono da ricercarsi principalmente nella dinamica della domanda dell’offerta. La prima è in calo e ciò non stupisce, visto il contesto economico in rallentamento; la seconda è particolarmente elevata, con scorte in aumento in tutti i principali paesi produttori e con l’Arabia Saudita che ha fatto segnare questo mese il record storico di produzione.

La prossima settimana, i paesi Opec, insieme agli altri grandi produttori, si incontreranno a Vienna per valutare un eventuale taglio alla produzione per evitare che nel 2019 si vada incontro a una situazione di sovrapproduzione che porti il prezzo ancora più in basso.

L’esito del vertice è però tutt’altro che scontato: innanzitutto esistono pressioni da Washington affinché il prezzo del petrolio rimanga basso. È convinzione dell’amministrazione Trump che un prezzo del petrolio contenuto tenga a freno l’inflazione, rallentando il percorso di rialzo dei tassi, considerato a ragion veduta il principale fattore di rischio di medio termine per l’andamento dell’economia americana. Trump ha espresso il suo pensiero molto chiaramente: resterà a fianco alla casa reale saudita, recentemente sotto pressione per l’omicidio del giornalista Khashoggi, fin quando essa continuerà a tenere il prezzo del petrolio basso.

Bisogna poi aggiungere che l’Opec nel periodo più recente non ha trasmesso segnali di grande coesione al suo interno, dimostrandosi incapace di convergere su chiari obiettivi di produzione e confondono il mercato con messaggi d’intento troppo generici che spesso hanno finito per sortire l’effetto opposto di quello desiderato. L’accordo politico, dunque, non sarà semplice da raggiungere, anche considerando che non esiste un visione unica su quello che dovrebbe essere il livello di produzione a partire dal quale operare il taglio.

Qualora l’Opec non riuscisse a limare le proprie divergenze in maniera convincente e mandare un messaggio chiaro al mercato esiste la possibilità che il prezzo del petrolio continui a scendere, attestandosi in una soglia tra i 40 e i 50 dollari.

Se ciò avvenisse l’effetto si potrebbe riflettere sulle decisioni della Fed, che alzerà con ogni probabilità i tassi a dicembre come da previsione, ma che potrebbe rivedere i propri piani per il 2019. Il prezzo del petrolio ha un rapporto molto stretto con le aspettative di inflazione nel medio termine, ma anche con il livello di prezzi corrente e con l’inflazione core, pure epurata dall’incidenza diretta del valore del petrolio ma comunque correlata con il costo del barile. Se il prezzo del petrolio dovesse rimanere basso per un periodo prolungato, o addirittura continuare a scendere, con esso scenderebbero le aspettative sui prezzi. Questo segnale si andrebbe ad aggiungere agli altri fattori che la Fed sta valutando: seppur l’economia Usa rimanga forte forte e il mercato del lavoro continui a godere di ottima salute, il rialzo dei tassi sta già cominciando a sortire i suoi effetti sull’economia reale, per esempio sui mutui. Ci sono poi i segnali che arrivano dai mercati azionari e dall’Europa, dove la crescita rallenta. Da mandato, né l’andamento dell’economia globale né la riduzione della volatilità sul mercato azionari sono tra gli obiettivi della banca centrale americana, ma sembra che tutte queste considerazioni stiano influenzando il giudizio di Powell che ha cominciato, sotto traccia e con il linguaggio proprio dei banchieri centrali, a indirizzare le aspettative degli operatori verso la possibilità di un percorso più cauto il prossimo anno. Se questa tendenza sarà confermata a dicembre, quando comunque la Fed aumenterà i tassi, probabilmente potremmo assistere a una distensione sui mercati azionari.

L' articolo Prezzo del petrolio in calo, cosa farà la Federal Reserve? è tratto da MoneyFarm

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