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Tempo di saldi

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Matteo Renzi nel suo ultimo libro “Avanti” ha esteso la sua proposta per il rilancio dell’economia. L’ex presidente del Consiglio, se dovesse tornare a Palazzo Chigi, ha promesso che condurrà una battaglia in Europa per consegnare al passato il Fiscal Compact, riportare il deficit pubblico entro i parametri del 3% nei prossimi 5 anni e investire le maggiori risorse liberte (in debito) per abbassare le tasse.

La mossa è un assaggio del tono che assumerà la campagna elettorale. Matteo Salvini, che sarà probabilmente seguito su questa strada da Silvio Berlusconi (che nel vincere elezioni facendo leva sul tema fiscale è stato un maestro), sfiderà il Partito Democratico proponendo una flat tax al 15%. Un tale sgravio ha ovviamente il suo appeal: con tutta probabilità nei prossimi mesi, i saldi fiscali diventeranno uno dei temi principali del dibattito.

La tentazione degli sgravi fiscali

Il motivo per cui i politici hanno interesse a promettere sgravi fiscali è abbastanza intuitivo. I motivi per cui i mercati finanziari tendono a credere a questa promessa dei politici, anche di fronte a situazioni di finanza pubblica che inviterebbero alla cautela, è più complesso da capire.

La teoria economica di base suggerisce che in momenti di decrescita economica le tasse si debbano abbassate, mentre in momenti di crescita le tasse dovrebbero tornare a salire. A partire dagli anni ’70, però, in tutto il mondo occidentale (dove più, dove meno) si è assistito a un progressivo scostamento dalle pratiche di disciplina fiscale, che si è tramutato in un deciso aumento del debito pubblico. Come si spiega? Studiare le ragioni motivi per cui i Governi hanno promosso politiche fiscali permissive anche in contesti economici favorevoli è stata una delle attività preferite degli economisti politici negli ultimi 40 anni.

I teorici della  “Public Choice”, tra cui figurano il premio Nobel James Buchanan e Gordon Tullock per citare i più noti, hanno dato la colpa “all’illusione elettorale”, l’asimmetria informativa che fa sì che i cittadini e i politici non riescano fino in fondo a comprendere gli effetti a lungo termine delle decisioni che si prendono oggi. Altri si sono concentrati sull’egoismo generazionale, ovvero la tendenza delle persone più anziane a scaricare su quelle più giovani, attraverso il debito, il peso degli sconti fiscali ottenuti dai politici (sarà un caso che nel Regno Unito e negli Usa il voto dei giovani si orienta vero chi promette più tasse?).

Per questi e altri motivi, le promesse di forti sgravi fiscali sono prese di solito molto seriamente dai mercati azionari. Le aspettative degli operatori, proprio come quelle degli elettori, in questo caso sono più calibrate sul vantaggio che potrebbero ricevere aziende e famiglie nel breve periodo rispetto ai potenziali rischi che la creazione di nuovo debito causerebbe in futuro.

C’è poi sempre la possibilità che la riduzione delle tasse venga finanziata attraverso una riduzione della spesa piuttosto che tramite la creazione di nuovo debito. Questa è di solito la promessa dei politici, ma nella realtà dei fatti è un proposito molto difficile da realizzare. Più semplice è invece finanziare i tagli delle tasse con soldi presi a prestito (e che dovranno essere ripagati nel futuro da qualche altro amministratore), che chiedere sacrifici a gruppi di cittadini o imprese che magari dipendono dalla spesa del Governo.

Il caso Trump e l’azionario americano

Se guardiamo agli Stati Uniti stiamo assistendo proprio in questi giorni a un’inversione della fiducia rispetto alla capacità di Donald Trump di realizzare la riforma fiscale che era, insieme allo stralcio della riforma sanitaria di Obama, il cavallo di battaglia dell’immobiliarista newyorkese in campagna elettorale.

Il Congresso si è trasformato per il Presidente Trump in un guano melmoso in cui si è impantanato il progetto di abrogare l’odiato Obamacare (in campagna elettorale aveva promesso che l’avrebbe consegnato alla storia nei primi 100 giorni). Per quanto riguarda la riforma fiscale le premesse non sono delle migliori. Trump non ha il completo controllo del suo partito e accomodare le richieste di tutti i rappresentati dei territori potrebbe diventare un’impresa complicata.

Anche i mercati azionari stanno correggendo le proprie aspettative. Se l’elezione di Trump aveva sostenuto gli indici americani verso la fine dello scorso anno, adesso sembra chiaro che (nonostante le valutazioni restino relativamente elevate) l’azionario a stelle e strisce sia un po’ frenato da questa percezione che si sta diffondendo. Le performance fatte registrare nella seconda metà dell’anno non sono propriamente brillanti, nonostante i discreti risultati dei fondamentali.

Questa asset class deve essere dunque tenuta sotto osservazione perché potrebbe scontare la situazione politica, ma potrebbe anche riservare sorprese positive se Trump sarà capace di mettere in atto un cambio di passo. Dopotutto, come diceva lo scienziato politico Farejhon, per capire le dinamiche elettorali basterebbe domandare a un contadino del Kansas cosa guida il suo voto. Alla lunga non sono tanto le promesse a contare, direbbe l’agricoltore, ma la risposta alla seguente domanda: “Cosa hai fatto di buono per me ultimamente?”.

L' articolo Tempo di saldi è tratto da MoneyFarm

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